lunedì 4 giugno 2012


WM5 recensisce «Ragazzi di strada» di Augusto Stigi



Anni fa, a Montréal, durante il viaggio di cui Grand River è resoconto, vidi una serie di interviste che illustravano l’esperienza di crescere in quella città. Ne usciva una topografia sentimentale, un afflato comune, e attraverso le parole si componeva una storia, un ambiente, un momento storico, una temperie. Tra i volti che dicevano la città ce n’era uno di una giovane donna che avevo conosciuto, due anni prima, in India. Raccontava l’esperienza da dentro una comunità asiatica, e la sua Montréal risuonava con le altre su una nota più acuta, più sofferta, più intensa.
Tornai a casa, in un Bologna semiaddormentata. Gli ultimi anni del berlusconismo, che cercava di perpetuare il rampantismo degli anni ottanta e il felicismo degli anni ’90 dentro un mondo segnato dalla guerra permanente, in un contesto globale distopico che preparava la Crisi. Da lì partì una riflessione che conduco ormai da anni, e che ha al centro Bologna, la Bologna di strada di trent’anni fa, la sua relazione con la mia condizione attuale, in senso esistenziale e intellettuale. Erano cose di cui si aveva agio e tempo, quando la pressione del quotidiano era meno forte che oggi. Sul versante emotivo e artistico, questa autoanalisi mi portò a tornare a suonare con la mia band storica, e raccontare brandelli della mia esperienza di crescita urbana virati in canzoni di disagio e riscatto. Un’esperienza di cui sono stato forse troppo avaro di parole.
E’ al Joe Strummer Tribute, a Parma, nel gennaio scorso (la line up comprendeva, tra gli altri, Bloody Riot e Strike), che incontro un vecchio amico di Roma. Mi parla di un libro e mi fa conoscere il suo autore, Augusto Stigi. E’ mio coetaneo, quindi vecchio. Parliamo di Roma all’inizio degli anni ’80, all’epoca in cui il Wonna Club era il luogo di ritrovo per tutte le forme di vita delle periferia, dei Centocelle City Rockers, dei Clash e della Banda Bassotti.
Quella sera riflettei sulla natura della mia musica, del così detto real punk, cioè un punto di vista classista e stradaiolo nato in un altro mondo, circa 35 anni fa. Pensai che ormai si tratta di una forma di folk urbano, del blues dei ragazzi inurbati nelle periferie di tutto il pianeta. Ci sono scene simili in Perù, in Indonesia, in Cina. Presagivo che nel libro-memoriale di Augusto Stigi avrei incontrato qualcosa di significativo per portare avanti la riflessione.
Il libro è bello. E’ una autoproduzione, avremmo detto nel gergo punk di trent’anni fa. Si intitola Ragazzi di Strada, semplicemente, ed è curato da Valerio Gentili. E’ il resoconto fedele, diretto, lirico e rabbioso di che cosa sia stata l’adolescenza per chi, provenendo dalle periferie urbane di fine anni ’70, e dalla classe operaia, abbia incontrato il punk e ne abbia fatto il veicolo di uno stile di vita, di un tentativo di liberazione o almeno di sopravvivenza. Ma non c’è solo questo. Ci sono le dinamiche profonde della vita dei quartieri romani, la scelta politica istintiva, e poi elaborata, in direzione di chi lotta per una società senza sfruttatori e sfruttati, la descrizione accorata e stoica di una traiettoria esistenziale.
Roma è una città che ha significato e significa molto nella mia storia personale e di pagina in pagina confrontavo le mie esperienze con quelle di chi le narrava. L’incontro con la violenza di strada, con le droghe. La scelta istintiva di una parte politica. L’arrivo di uno stile di vita e di una musica che non crede nel futuro ma incita alla ribellione. Le similitudini e le distanze, perché Augusto Stigi proviene da un contesto (anche) più duro del mio. Le storie di fratellanza, gli amori.
Ragazzi di Strada racconta un punto di vista e un’esperienza che è stata portata molto raramente all’attenzione di un pubblico più vasto di quello che un tempo si sarebbe detto “underground”, e lo fa con pagine di rara forza, a dispetto, o proprio per (come nel caso del punk rock) i limiti strettamente tecnici della scrittura. Chi fosse interessato a capire quale sia stata l’esperienza di crescere in una periferia alla fine del secolo scorso, e la densità e la molteplicità delle storie che hanno intessuto quella crescita, dovrebbe prestare orecchio al blues urbano di Augusto Stigi.



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